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WORKSHOP AVANZATO DI PSICOTERAPIA DI COPPIA COSTRUTTIVISTA

23 ottobre 2012 4 commenti

 

“Basta innamorarsi follemente e sentire il brontolio del proprio intestino, perché l’unità di corpo e anima, questa lirica illusione dell’età della scienza, svanisca di colpo”:

Milan Kundera,L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1984

Sabato 13 ottobre si è svolto  a Firenze il workshop avanzato di terapia di coppia tenuto dalla Dott.sa Ortu, fortemente voluto da diversi psicoterapeuti ad orientamento costruttivista che già avevano frequentato negli anni passati un primo seminario sulla terapia di coppia.

L’ottica costruttivista si propone in modo completamente diverso da molti altri approcci alla terapia di coppia, partendo da presupposti che riguardano l’incontro della coppia e la definizione di amore. Riprendendo una definizione di amore della Mc Coy “secondo la quale l’amore è la consapevolezza della validazione della struttura nucleare di ruolo” è risultato da subito evidente quanto siano implicati nell’amore non solo i processi di mantenimento che riguardano le persone , ma proprio le stutture nucleari di ruolo: una relazione che nasce e cresce nella comprensione di sé e dell’altro. L’accezione di amore si amplia con una riflessione che non prende solo in considerazione la validazione della struttura nucleare di ruolo, ma una transizione di aggressività in senso kelliano. L’incontro e la relazione che si stabilisce fra due innamorati diviene l’occasione per esplorare nuovi mondi, zone sconosciute di sé in relazione all’altro è anche l’occasione per “allargare o definire sempre meglio la propria comprensione del mondo e il proprio sistema di anticipazioni”(Duck). Chi nella vita ha avuto la fortuna di vivere un amore o di esserne testimone, lo sa, lo sente: ci si è sentiti, talvolta per la prima volta nella vita, accolti e accettati per come si è, in relazione ad un altro essere umano talvolta complice nell’esplorare un mondo i cui orizzonti si formano di giorno in giorno. In una coppia, diciamo che “funziona”, è proprio l’idea del movimento che sembra essere il leit motiv. Il motore è interno al sistema stesso non determinato da matrici transgenerazionali o fattori “esterni”. E’ quando il movimento si blocca che si può parlare di disturbo di coppia, quando è seriamente compromesso il modo di stare insieme, nel senso di una ricorrente invalidazione dei propri sistemi di costrutti. Ci si ritrova incastrati in dinamiche ricorrenti e reciprocamente invalidanti. Nell’incontro che si è tenuto a Firenze Cristina Ortu ha posto sin dall’inizio l’accento sulla necessità di partire da una profonda comprensione dei sistemi di costrutti personali, per comprendere non solo su quali basi si è formata la coppia, ma a carico di quali dimensioni è avvenuta l’invalidazione. Ampio spazio è stato dato al setting che vuole essere ben definito da subito  ed alle anticipazioni dei partners rispetto alla terapia di coppia, infatti, dal momento che “i processi di costruzione sono psicologicamente canalizzati dal modo in cui essa (una persona) anticipa gli eventi” (Kelly) non si può non esplorare le aspettative che hanno i clienti, un’esplorazione che non è mera raccolta di informazioni, ma già in sé “terapeutica”: i rispettivi partners hanno sin dall’inizio l’occasione di vedere l’altro con gli occhi dell’altro. Il patrimonio che emerge diviene non dei singoli e non solo della coppia, ma di un noi che comprende il terapeuta, è con questo patrimonio che ci si apre ad un’avventura che la coppia si concede, una chance alla risoluzione del disturbo che non porterà necessariamente al mantenimento della relazione, ma che auspicabilmente avrà dato luogo ad una ripresa del movimento della coppia e dei singoli anche per aprirsi ad eventual relazioni future senza il carico di rabbia, paura, delusione che una separazione non elaborata porterebbe con sé.

In un’ottica costruttivista la sfida è superare l’ovvio, abbandonare sguardi moralistici o culturali giudicanti e che strutturano l’altro. Per noi psicoterapeuti sembra un’ovvietà, ma non lo è: quanti di noi pensano che non ci sia nulla da recriminare a colui o colei che tradisce? Chi di noi ha uno sguardo molto più benevolo sul maltrattato che sul maltrattante? Quanti considerano il tradimento, le scappatelle, le bugie come un’esperienza alla quale dare tutta la nostra comprensione? Chi si pone anche in queste occasioni con tutta la proposizionalità e l’accettazione che serve? Chi di noi dà l’occasione a entrambi i protagonisti della storia e della terapia di capire cosa è accaduto senza cadere nella colpevolizzazione, ma tenendosi nell’equilibrio della responsabilità.

Chi lavora con le coppie o chi se lo immagina sa che è complesso, la stanza si affolla di persone o meglio di relazioni: i parteners, il terapeuta, la coppia, la coppia in relazione al terapeuta, i singoli in relazione al terapeuta, oltretutto, nella maggior parte dei casi il livello del conflitto è talmente acceso che si fa fatica a sentirsi, parlarsi sembra un miraggio ecco perché il nostro incontro ha dato spazio anche ai modi in cui si può provare a ristabilire un livello di comunicazione accettabile, modi per diminuire il livello di minaccia presente in quella stanza, per dare spazio ad entrambi i partners che desiderano e devono essere accolti dal terapeuta. 

Le consultazioni talvolta si focalizzano sul ruolo genitoriale: una coppia potrà anche non essere più coppia, ma saranno per il resto della loro vita genitori, anche in questi incontri viene dato ampia rilevanza all’emergere di costrutti di ruolo a cercqre di comprendere innanzitutto le dimensioni implicate nella genitorialità alla comprensione reciproca di queste dimensioni, insomma a cosa ci si gioca nell’essere genitori.

Cristina Ortu ci ha anche illustrato il modo originale con il quale lavora con le coppie, gli strumenti non solo verbali che usa nella terapia. Gli incontri non sono scanditi solo da racconti o elaborazioni verbali: usa e fa usare il corpo, veicolo di messaggi non verbali e non saturo di etichette che i partners probabilmente usano o gridano da anni all’altro. Si osserva, ci si osserva ci si espone in uno spazio protetto, dandosi l’occasione di indossare nuove lenti per guardare la coppia, se stessi e l’altro. Il suo modo di lavorare ha trovato in noi partecipanti l’entusiamo e mille e più domande, lo stupore e la voglia di imparare. E’ per questo motivo che tutti noi abbiamo rivolto un invito a Cristina Ortu di altri incontri in cui fare esperienza, simulate, creare o portare casi. Credo, insomma, che sia stato solo l’inizio…

Vorrei ringraziare Cristina Ortu perché ci ha ricordato di volare alto con i nostri pazienti, di osare e fare il meglio per loro, è un modo vitale di lavorare e di vivere che ci ricorda, se fosse necessario, lo splendido lavoro che facciamo, la nostra occasione nel mondo per spargere bellezza e per contribuire a far vedere la bellezza a chi non la vede più.

Simona Colombari

DI SEGUITO ALCUNE DOMANDE CHE HO VOLUTO SOTTOPORRE A CRISTINA ORTU

Quale diresti che sia la peculiarità di una terapia di coppia costruttivista?

La terapia di coppia costruttivista si differenzia da altre terapie per la peculiarità epistemologica della teoria che ovviamente ha grandi implicazioni sul piano clinico e sul modo di considerare la relazione terapeutica e il ruolo del terapeuta.

Confrontando una psicoterapia individuale e una di coppia la differenza più interessante per favorire un cambiamento è la possibilità di vivere un’esperienza di comprensione e di elaborazione di sé con il/la  partner presente e partecipe, nonché il privilegio di poter accedere ai costrutti più superordinati dell’Altro/a. Alcune coppie a fine percorso mi hanno detto che quella che hanno sperimentato dentro la stanza della terapia è stata l’esperienza di maggiore intimità tra loro.

La crisi di coppia coincide necessariamente con il disturbo di coppia per come lo intendi tu?

Quando le coppie entrano in crisi e arrivano in terapia è perché la loro modalità di mettersi reciprocamente in relazione ha compromesso le loro individuali capacità elaborative e predittive.

Nella pratica clinica quello che spesso si osserva è che entrambe le persone sono alle prese con una minaccia della propria struttura nucleare di ruolo. I tentativi individuali di fronteggiare questa minaccia diventano pesantemente invalidanti per il sistema di costrutti del partner.

La storia che si ascolta spesso è il dispiegarsi di due narrative, non più convergenti, ma parallele, contrastanti, inconciliabili.

La sensazione di stallo, di blocco è quasi palpabile nelle prime sedute. Le emozioni che si percepiscono sono di confusione, rabbia, insoddisfazione, paura, delusione.

Come si sceglie un partner, sulla base di cosa?

Sono state date molte risposte a questa domanda. C’è chi sostiene che ci si sceglie coerentemente alle aspettative del proprio mandato familiare, o per risanare ferite del passato, o in base al proprio stile di attaccamento. La prospettiva kelliana è fondata sul principio dell’anticipazione: scelgo il partner che mi permetterà di rendere sempre più predittivo il mio sistema di costrutti attraverso una relazione di piena e ampia validazione delle mie dimensioni più nucleari. Lo sguardo al futuro, sempre presente nelle nostre teorizzazioni, mi ha portato a integrare validazione e elaborazione in questa definizione: “essere innamorati è sentire di poter essere tutto quello che si è, ma anche molto di più, quello che potenzialmente potremmo diventare”. Il partner, in questi termini, è un validatore comprensivo e accettante, ma anche una potenziale minaccia, un pertubatore, un promotore di inquietudine. Questa visione orientata al cambiamento futuro secondo me fa comprendere meglio il senso di sperdimento, il classico batticuore da sempre associato alle questioni sentimentali.

Come ci spieghiamo che i motivi della fine di una storia talvolta siano così simili ai motivi che ci hanno fatto innamorare dell’altro?

La definizione di amore e innamoramento implica il coinvolgimento dei costrutti più nucleari, quelli che regolano la nostra identità più profonda, il nostro modo di metterci in relazione con gli altri. Non possiamo stupirci se la crisi di coppia andrà a toccare proprio quelle stesse dimensioni, sono quelle più centrali per noi. Questo è il motivo per cui non può esserci crisi di coppia senza crisi personale.

Cosa significa avere una lettura superordinata della coppia?

È fondamentale passare da una prospettiva individuale a una prospettiva della complessità. La coppia non è il risultato della semplice somma degli individui che la compongono. La coppia come sistema si compone di: IO, TU, NOI. Qualunque cambiamento in questo sistema comporterà una variazione in tutte le altre parti.

La difficoltà di una terapia di coppia è data spesso proprio dal dover tenere in considerazione contemporaneamente molti livelli: i sistemi individuali di lui, lei e me terapeuta e la coppia come coppia. Il tutto alla luce di una prospettiva superordinata grazie al repertorio di costrutti professionali.

Trovo che sia molto utile proporre ai coniugi la prospettiva di analizzarsi come coppia, considerandola come tertium datum rispetto alle loro individualità, racconto spesso che io uso il mio ficus per rappresentare questo concetto con loro.

Considerare la coppia come relazione sposta l’attenzione dalle colpe individuali alla ricerca di una soluzione comune e riduce il rischio di una triangolazione del terapeuta.

Ci immaginiamo il formarsi delle coppie come qualcosa di idilliaco: diresti che può accadere anche quando la coppia si forma su una base ostile? E’ un equilibrio che potrebbe durare tutta la vita? Anche in una coppia che si forma su una base ostile potrebbe essere implicata una aggressività in senso Kelliano? D’altro canto ci vuole una buona dose di aggressività per scegliere proprio il partner che ci aiuterà a portare avanti una visione di noi stessi che altrimenti si sarebbe sgretolata, non ti pare?

Sono pienamente d’accordo, credo che ci sia molta “intelligenza” nell’ostilità. Le transizioni sono rappresentate come qualcosa di puntuale e scollegato dal resto solo in ambito didattico per facilitarne la comprensione, ma raramente sono isolate dalle altre, quello che sperimentiamo è per lo più un impasto complesso di transizioni. Non è mica tanto facile trovare un partner che abbia lo stesso bisogno di ribadire ostilmente qualcosa di complementare all’Altro!

La terapia di coppia ha come obiettivo il perdurare del rapporto o si apre ad altri scenari?

Già nelle prime fasi contemplo con i partner la possibilità che la terapia non debba portare solo a continuare a stare assieme, ma anche a chiarire le decisioni che si vogliono prendere. Spesso la parte più consistente della terapia di coppia riguarda proprio l’accompagnamento alla separazione.

In questo caso il lavoro si concentra sul dare senso alle scelte fatte, come le migliori possibili in quel momento, sul prendersi la responsabilità dei propri comportamenti e delle proprie comunicazioni, sul leggere il partner con i suoi occhi cioè rintracciare le sue ragioni, sul perdonare se stessi e l’altro attraverso una comprensione profonda, sul rispettare i progetti di vita dell’altro cercando di integrarne le motivazioni all’interno della propria costruzione di lui/lei, sul distinguere il ruolo coniugale (che si può interrompere) dal ruolo genitoriale (che durerà per sempre).

L’elaborazione del ruolo genitoriale è un’altra area di grande lavoro in questo tipo di setting.

 

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